La guerra contro i Liguri Apuani

Notizie storiche sugli Apuani provengono dagli scritti di Diodoro Siculo, Tito Livio, Strabone. Antiche fonti romane descrivevano i Liguri Apuani come un popolo fiero, sobrio, robusto e resistente alla fatica.

Già dal III secolo a.C. i Liguri Apuani si opposero all’espansionismo romano e, nel corso della seconda guerra punica, furono o neutrali o tra gli alleati dei Cartaginesi. Dopo essere stati scontiffi negli anni antecedenti la seconda guerra punica, gli Apuani avevavo ripreso a guerreggiare, scendendo dalle loro alte valli del Serchio e della Magra, a fare scorrerie lungo la costa tra le foci dell’Arno e della Magra, rendendone difficile e pericoloso il transito.

I Romani, che erano riusciti a mantenere il possesso di Portus Lunae e di Pisa, in un primo momento lasciarono fare le tribù apuane, limitandosi a mantenere alta l’attenzione e inviando nel 195 a.C. un pretore per controllarli. Un primo intervento militare nella zona si verificò soltanto nel 193 e fu causato da una nuova, vasta incursione degli Apuani, tanto più grave in quanto concomitante ad altre sollevazioni delle popolazioni liguri.

L’attacco degli Apuani fu forse una vera e propria guerra per riconquistare la fascia tra la Magra e l’Arno, compresa Pisa. Abbiamo infatti testimonianza di giuramenti comuni solenni, con implicazioni religiose e la presenza di un vero e proprio esercito di 20 mila unità, poi raddoppiato. Così quando giunsero a Roma le missive del prefetto di stanza a Pisa, Marco Cincio Alimento, in cui si avvertiva che 20 mila liguri in armi, dopo aver saccheggiato il territorio  lunense ed essersi stanziati in quello pisano, si erano sparsi lungo tutta la costa, i senatori adottarono misure d’emergenza e proclamato il tumultus, affidarono a Quinto Minucio Termo la difesa di Pisa e le altre operazioni militari contro la Liguria e gli Apuani.

Mentre questi, il cui numero era infatti salito a 40 mila unità, ponevano l’assedio a Pisa, il console, radunate ad Arezzo truppe straordinarie, condusse l’esercito a Pisa in assetto di guerra e riuscì a penetrare in città, che fu così salva. Il giorno seguente pose il campo di fronte a quello dei Liguri, al di là del fiume, da cui cercò di difendere le terre degli alleati dalle scorrerie degli Apuani, ma senza osare attaccare battaglia vista l’incertezza della situazione e la pericolisità di un nemico da non sottovalutare. I Liguri invece, fidando nel loro numero, non solo si schieravano per un combattimento diretto e decisivo ma continuavano le loro razzie nelle terre circostanti, inviando sotto scorta ai loro castelli e villaggi gli animali e i bottini.

Entro la fine dell’anno gli Apuani minacciarono da vicino il console in due occasioni, sia quando ne assediarono l’accampamento che fu tratto in salvo con gran fatica, sia soprattutto quando accerchiarono la colonna romana mentre transitava per una stretta gola, bloccandone gli sbocchi. I romani riuscirono a scamparla solo per merito di un brillante stratagemma del prefetto dei cavalieri di Roma.

Nel 192 a.C. Minucio, cui era stato concesso un rinforzo di uomini, avrebbe affrontato gli Apuani in campo aperto nei pressi di Pisa, uccidendono 9.000, respingendo i supestiti nell’accampamento e riuscendo nei giorni seguenti ad impadronirsi pure di quello, senza però prenderne il bottino, nascosto dai Liguri Apuani.

Nonostante queste campagne fortunate, gli Apuani erano ben lontano dall’essere stati domati: infatti nel 191 a.C., riunito l’esercito con uno speciale giuramento sacro, assalirono all’improvviso e di notte il campo di Minucio e lo costrinsero ad affrontare una lunga e logorante lotta che si concluse solo molto tempo dopo a favore dei Romani e la morte di 4000 liguri.

Non si registrò altro scontro nei mesi successivi, da Livio si apprende soltanto che all’inizio del 190 Minucio era passato in Gallia e poi tornò a Roma in cerca del riconoscimento del suo trinfo sui Liguri, che però non gli venne concesso. Oltre che a ostilità interne, questo mancato riconoscimento fu causato anche dal fatto che le frequenti incursioni apuane in territorio pisano e le numerose spedizioni romane che furono ancora necessarie negli anni seguenti per garantirsi il transito da Pisa a Luni, dimostrarono che il blocco apuano erano ancora compatto.

Pertanto, all’inizio del 187 a.C. essendo giunta a Roma la notizia che in Liguria divampava la guerra, furono assegnati alla provincia entrambi i consoli, Gaio Flaminio e Marco Emilio Lepido che agirono contemporaneamente su due fronti, attaccando gli Apuani dall’Appennino. Flaminio si volse con successo contro gli Apuani ma nessun risultato duraturo fu conseguito perchè gli Apuani si dimostravano ancora considerevolmente forti e compatti. Infatti, nel 186 sorpresero il console Quinto Marcio Filippo, che li stava rincorrendo nei boschi, chiudendolo in una gola (che fu per questo chiamata saltus Marcius), facendogli perdere 4000 soldati e le armi.

Negli anni seguenti i Romani riconquistarono terreno e inviarono in Liguria i supremi magistrati con il compito di attaccare gli Apuani e così nel 185 Marco Sempronio Tuditano, portando distruzione nei campi, villaggi e fortilizi degli Apuani, liberò un varco tra Pisa e il fiume Magra e il porto di Luni e sorprese i nemici nei loro nascondigli di montagna.

Non fu risolutiva neppure la campagna lanciata nel 182 in vista di una ripresa delle scorrerie apuane nel territorio pisano. La svolta deicisiva si verificò nella primavera del 180 quando furono trattenuti a Roma i nuovi consoli e furono al loro posto inviati i proconsoli Publio Cornelio Cetego e Marco Bebio Tamfilo che riuscirono a penetrare nel territorio degli Apuani, sorprendendoli all’improvviso poichè non aspettavano i Romani prima dell’arrivo dei consoli. 12 mila Apuani si arresero.

I proconsoli si resero conto che solo un provvedimento drastico avrebbe domato definitivamente gli Apuani e maturarono l’idea di trasferirli dai monti in una zona di pianura, lontano dalle loro terre così ricche di nascondigli, senza possibilità di ritornarvi. Individuarono come nuova sede degli Apuani l’agro Taurasino, territorio romano dei Sanniti. Gli Apuani chiesero clemenza, non potendo sopportare l’idea di essere allontanati da “i loro penati, la patria in cui erano nati e le tombe dei loro avi”, ma, senza armi e uomini, finirono per obbedire, facendo scendere dai monti le mogli, i figli e le loro cose.

Circa 40 mila individui liberi, con le loro donne e i bambini furono trasferiti così a nord di Benevento e ricevettero 150 mila libbre d’argento per procurarsi il necessario per vivere nelle nuove zone. I proconsoli procedettero alla suddivisione del territorio sannita dove sorsero le due comunità dei Ligures Baebiani e Corneliani.

La repressione degli Apuani continuò nel corso dello stesso anno. Quinto Fulvio Flacco attaccò gli Apuani che stanziavano lungo le rive della Magra e condusse altri 7ooo uomini nel Sannio. Probabilmente nello stesso periodo, nella valle del Serchio, ormai spopolata, fu dedotta la colonia latina di Luca; nel 177, per rendere più stabile la conquista romana nel territorio degli Apuani, a Luna, alla foce della Magra, furono inviati 2000 coloni romani e a ognuno furono assegnati 51 iugeri di terra.

Nuclei isolati di Apuani continuarono agitazioni e incursioni nell’area lunense e pisana, tanto che si rese necessaria un’ulteriore e ultima spedizione nel 155 a.C., quando i romani riportarono l’ultima vittoria nota sui Liguri, probabilmente a difesa di Luna, stando a giudicare dalla dedica in onore del vittorioso console Mario Claudio Marcello e ritrovata nel foro della colonia.

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